mercoledì 29 luglio 2009

Storia della Robotica (2)

Secondo racconto della serie. Se vi siete persi il primo, passate dalla presentazione. Buona lettura.

U.S. Robots


La famosa casa costruttrice Honda era ferma da anni sul progetto Asimo.
Aveva negli anni fatto passi da gigante ma non le riusciva di arrivare alla versatilità delle ragazze d'oro costruite da Efesto. D'altronde quest'ultimo aveva una mente vulcanica.
Stanco degli insuccessi e accusato ingiustamente dai suoi superiori, l'ing. Lawrence Robertson si decise a dare le dimissioni.
Robertson si riteneva ancora giovane e oramai i robot erano la sua ossessione. Messa la coda fra le gambe e abbassate le orecchie, volse dal Giappone in quel di Adrano (CT) per incontrare l'ing. Efesto.
Avere l'opportunità di parlare con Efesto non è cosa di tutti i giorni e le segretarie di Efesto erano molto ligie al dovere. Quando Robertson giunse alla Vulcano, questo il semplice nome dato all'azienda di Efesto, la receptionist lo bloccò e gli fece il terzo grado. Poichè la receptionst non voleva sentir ragioni, Robertson giocò la carta del colloquio a scopo di assunzione. Questo piccolo stratagemma aprì le porte dell'azienda.
La saletta indicata per il colloquio si trovava in un lato dell'officina ed era costituita da vetri in plexiglass trasparente. Volgendo lo sguardo a 360° Robertson vide un ambiente molto pulito, quasi asettico. Nessun essere umano e tantomeno ragazze d'oro si potevano vedere per l'officina. Robertson buttò uno sguardo all'orologio e vide che erano le tre del pomeriggio. Come mai non c'era nessuno e i macchiani tutti fermi?
Giunto ormai davanti alla porta della saletta, entrò e vide un vecchio niente affatto simpatico.
Erano passati molti anni da quando la Vulcano inventò le ragazze, forse una trentina. Appoggiato alla scrivania scorse un bastone da passeggio e Robertson si rese conto di avere davanti l'ing. Efesto.
Efesto non lo degnò di uno sguardo e gli chiese senza convenevoli chi fosse e cosa volesse.
Robertson rispose molto umilmente e questo parve addolcire un pochino Efesto. Alzò allora lo sguardo stanco e cominciò il colloquio.
Parlarono di robot per alcune ore e quando Robertson uscì dalla Vulcano aveva stampato in faccia un sorriso luminoso. La mente era svuotata e aveva l'impressione di essere un palloncino riempito d'elio.
Contro ogni logica, aspettativa e speranza, Efesto gli aveva comunicato di voler uscire dagli affari e gli aveva in pratica regalato il brevetto delle ragazze d'oro. Regalato no, ma Efesto si accontentò dell'alta liquidazione ottenuta dalla Honda. Ora non possedeva niente se non i vestiti e il brevetto.
Perchè l'officina fosse ferma non fu più un suo problema. O così credette.
Lungi dall'essere demoralizzato, trovò lavoro come cameriere per un periodo abbastanza lungo da comprarsi un biglietto aereo di andata per gli Stati Uniti. L'Italia non era luogo per i ricercatori e appena racimolò i soldi sufficienti, tornò nella sua patria.
Rientrato negli USA cominciò a battere banche e possibili finanziatori fino a quando qualcuno non credette in lui e nel brevetto.
Si trovava nello stato di New York e lì fondò la United States Robots and Mechanical Men Corporation, meglio conosciuta come U.S. Robots.
Nel giro di pochi mesi la produzione delle ragazza d'oro iniziò. Il team di progettazione consigliò Robertson di modificare l'aspetto di queste ragazze e dar loro dei tratti più virili. Ragazzi d'oro suonava un pò anni '60 e li chiamarono molto prosaicamente robot.
I robot costavano un'occhio della testa e le uniche in grado di far fronte all'acquisto, e uniche interessate, erano le ditte metalmeccaniche di produzione.
Le vendite stentavano a decollare e Robertson si trovava spesso davanti a dei resi se non addirittura delle denunce. Qualcosa non funzionava in quei robot e con capiva cosa fosse. Ogni singolo robot veniva testato prima di essere consegnato e i test dimostravano che i robot eseguivano esattamente gli ordini impartiti, ed erano pure rapidi.
Fu Susan ing. Calvin, al tempo semplice tester, a dare la spiegazione. I robot non avevano rispetto per niente e nessuno, non possedevano la capacità di distinguere il bene dal male e spesso per eseguire un ordine facevano del male a chi stava loro intorno. Era necessario implementare nel software robotico un programma base cui nessun robot avrebbe potuto disobbedire. Il team di programmatori sostenevano che il problema fosse solo dovuto all'utilizzo di Windows e insistevano per passare a Linux. La Siemens riteneva fosse un problema costruttivo e se ne tenne fuori. Robertson su irremovibile e alla fine furono scritti tre massicci programmi comunemente noti come le tre leggi della robotica.
Furono ritirati tutti i robot venduti, vennero formattati e ricaricati col nuovo software.
I robot cominciarono a vendere ma qualcosa ancora bloccava l'ascesa.
Gli operai rimasti senza lavoro cominciarono a scioperare e gli industriali giustamente se ne sbattevano. Quindi non poteva essere solo quello il problema e piano piano cominciarono ad entrare in crisi anche le aziende che facevano esclusivo uso dei robot.
Robertson tremava al pensiero delle conseguenze. Fu mandata sul campo la Calvin e ciò che scoprì le increspò un sorriso. Poteva risolvere due problemi in un colpo solo.
Suppose in primis che i robot non fossero in grado di lavorare autonomamente su macchinari costruiti dall'uomo. Il motivo poteva essere che le macchine possedessero dei difetti costruttivi tali per cui solo un operaio di provata esperienza era in grado aggirare, le cosidette malizie, mentre i robot eseguivano ripetutamente sempre le stesse azioni. Inoltre le istruzioni impartite dai responsabili aziendali, quando non erano prive di errori concettuali, non erano seriamente efficaci in tutte le circostanze. Qualche volta i robot, consci di non aver prodotto un elemento conforme alle aspettative, si fermavano e attendevano nuove istruzioni.
La soluzione proposta quindi dalla Calvin fu di obbligare le aziende ad affiancare i robot ai loro dipendenti. I robot sarebbero dovuti divenire proprietà dell'operaio ed egli avrebbe aveuto il compito di trasferire tutte le proprie conoscenze al proprio robot. La cosa funzionò e presto gli operai si sentirono liberi di lasciare il posto di lavoro al robot assegnato. Mentre l'operaio poteva occuparsi della famiglia, il robot guadagnava lo stipendio per lui. Il robot era tanto più capace tanto più lo era il suo padrone con in più il vantaggio di non essere mai stanco e insofferente all'ambiente circostante.
L'efficienza aziendale crebbe ovunque fino al 90% e a quel punto ci si rese conto che per impegnare un robot al 100% era necessario un'organizzazione del flusso produttivo impeccabile. Certi uomini ce la fecero ma il più scarso di tutti non riusciva a tenere conto delle innumerevoli variabili che potevano esserci nel lavoro. Solo un robot poteva farlo. Piano piano i robot occuparono livelli di responsabilità sempre più alti.
I fatturati delle aziende crebbero, la moda si diffuse e la US Robots divenne una potenza.
Ogni tanto qualche problema sorgeva ancora ma la Calvin divenne suo malgrado una robopsicologa e, finchè visse, i robot poterono solo migliorare.
Sembra una favola a lieto fine ma... L'umanità non aveva ancora fatto i conti con l'inespressa Legge 0.

Al prossimo post.

Buona giornata.

3 commenti:

Fra ha detto...

Ciao, carina, ma diventa un po' inquietante la favoletta...
Come la legge 0, in effetti.
:))

Approfitto di questo commento per dirti che sabato vado via e starò fuori tutto il mese di agosto. Non so se avrò la possbilità di usufruire di una connessione ad internet... se sparisco per un mese, non vuol dire che sono morta,ma sono sono solo in vacanza dove non prende la tim!

In caso, a risentirci a settembre... se prende la tim ci risentiamo prima.

ciao!

Dino Sauro ha detto...

E'una storia cupa e spietata, Roby, ma qualcuno doveva pure cominciare a raccontarla... ;-))) Mi chiedo come fai a dormire la notte. Io mi sveglierei a più riprese, in un bagno di sudore, pensando di aver udito un cigolio di giunture che nessuna boccola in teflon può sopprimere del tutto...

Roby ha detto...

Inquietante e spietato questo? Aspettate di leggere gli altri!
@Fra: fortunata te, buone ferie!
@Dino: e chi ti dice che dormo la notte? Aahah!